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nasce per essere una realtà che sostenga in maniera efficace la diffusione e l’adozione di strumenti quali Welfare, Sistema della Bilateralità e Sanità Integrativa, e promuova la Formazione e la Salute e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro, affiancando quel settore dell’imprenditoria rappresentata dalle Micro, Piccole e Medie Imprese, fornendo veri strumenti e opportunità di crescita ai propri associati

Sistema della Bilateralità e Formazione

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ITALPMI è Parte Sociale costituente dell’Ente Bilaterale Nazionale Confederale E.Bi.N.Conf. e dell’Organismo Paritetico Nazionale Italform

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Primo Piano ITALPMI
Gabriele Stirpe

Il caldo riprogramma il lavoro.

Evitare il lavoro nelle ore calde della giornata, infatti, rientra nelle raccomandazioni rivolte ai datori di lavoro per la sicurezza dei lavoratori, mediante la ri-organizzazione del lavoro che limiti o

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Da Trento alla tavola del re d'Inghilterra, così le 'bollicine' italiane hanno conquistato il mondo

AGI – Cosa c’è dietro una bottiglia simbolo del successo italiano nel mondo? Come fa un marchio di élite, sinonimo di qualità ed eccellenza destinato a pochi fortunati clienti, a diventare così popolare e importante da conquistare i mercati internazionali senza perdere la caratteristica di eccellenza? È il caso delle bollicine Ferrari, spumante italiano, trentino, che nel giro di 75 anni è diventato così amato e apprezzato da fare concorrenza al rinomato champagne francese.

A raccontare la storia delle Cantine Ferrari è Camilla Lunelli, direttrice della comunicazione e dei rapporti esterni del Gruppo Lunelli di cui fa parte Ferrari Trento e nipote di Bruno Lunelli che nel 1952 acquistò l’impresa di bollicine dal fondatore Giulio Ferrari, nel libro ‘Un’arte di famiglia. Storia di un sogno diventato il brindisi italiano per eccellenza’, pubblicato da Sperling & Kupfer. Si tratta di un memoir in cui Camilla Lunelli intreccia il proprio percorso personale con la vicenda delle Cantine Ferrari. Non soltanto la ricostruzione di un’impresa, dunque, ma il racconto di come si possa appartenere a una tradizione senza considerare già scritto il proprio destino.

Il percorso personale di Camilla Lunelli

Camilla Lunelli sceglie di non cominciare dalle cantine o dai successi aziendali, ma dall’Africa. Prima di entrare nell’impresa di famiglia, lavora nella cooperazione internazionale, tra Niger e Uganda, anche in missioni umanitarie delle Nazioni Unite. Questa partenza offre al racconto una tensione significativa: per tornare alle proprie radici, l’autrice ha prima bisogno di allontanarsene e di misurarsi con responsabilità diverse da quelle legate al cognome. Il ritorno in Trentino assume così il significato di una scelta, anziché di un passaggio automatico.

La storia delle bollicine Ferrari

Su questo itinerario personale si innesta la storia delle bollicine Ferrari: l’intuizione di Giulio Ferrari di produrre un vino capace di confrontarsi con lo champagne, l’intraprendenza di Bruno Lunelli e dei suoi figli, infine le sfide della terza generazione.

La scelta di Bruno Lunelli

“Si è scritto che mio nonno Bruno e Giulio Ferrari fossero amici – spiega l’autrice presentando il suo libro da Eataly a Roma – in realtà tra loro c’era un rapporto produttore-cliente anche se fatto di grandissimo rispetto reciproco. E così quando dopo 50 anni di attività il fondatore delle Cantine Ferrari (così chiamate perché erano effettivamente due dove produceva e conservava il vino), nel 1952 decise di vendere il suo marchio, scelse mio nonno”. Camilla Lunelli racconta che c’erano molti acquirenti che si presentarono per comprare il simbolo delle bollicine italiane, allora prodotto di eccellenza ma di nicchia (nel 1952 la produzione era di 8.000 bottiglie appena), tra cui anche il commendator Motta che voleva poter offrire ai suoi clienti i suoi panettoni con un vino spumante associato. “Ma non era trentino – ricorda l’autrice – come invece era mio nonno che, inoltre, aveva tre figli e gli garantiva anche una discendenza che si sarebbe presa cura delle Cantine Ferrari anche nei decenni a venire”. E così Bruno Lunelli, facendo molte cambiali, divenne proprietario dell’azienda di cui Giulio Ferrari mantenne il controllo di qualità e rimase consulente fino alla morte nel 1965.

La crescita delle Cantine Ferrari

La storia della famiglia Lunelli diventa così inscindibile da quella delle Cantine Ferrari. Bruno Lunelli si indebita con le banche per acquistare la creatura di Giulio Ferrari, ma ha le idee chiare: vuole passare da 8.800 bottiglie del fondatore a 17mila per rientrare dai creditori. Ma senza tradire l’idea della qualità e soprattutto della geolocalizzazione delle uve. Sa dove si coltivano viti Chardonnay e riesce a fare vino utilizzando uva acquistata nel Trentino perché, come ricorda Camilla Lunelli, amava dire che “il vino è figlio della terra in cui nasce, quello che in francese viene chiamato ‘terroir’”. E vince la scommessa rilanciando e ampliando il mercato delle Cantine Ferrari. E così nel 1965, anno in cui scompare il fondatore, Cantine Ferrari producono dieci volte il numero di bottiglie di quando l’azienda passò in mano alla famiglia Lunelli. Per arrivare a toccare il milione nel 1982, quando il marchio era diventato così popolare e amato che fece la sua comparsa in mondovisione sul campo dell’Italia campione del mondo, con Paolo Rossi che festeggiava con bollicine italiane l’11 luglio a Madrid.

L’approdo in Formula 1

Tra sport e Cantine Ferrari il sodalizio è diventato sempre più forte fino al capolavoro di strategia commerciale dell’approdo in Formula 1. Nel libro Camilla Lunelli racconta come nel 2020, a causa del Covid, le Cantine Ferrari occuparono con coraggio e grande intuizione il posto che era di Moët et Chandon come champagne utilizzato dai piloti sul podio. Fece un accordo con la Formula 1 e si aggiudicò l’esclusiva fino al 2024. Un modo per ampliare ancora di più, soprattutto negli Stati Uniti, un mercato ampiamente conquistato a partire dagli anni ’80 quando l’azienda trentina si era affermata nel mondo, dalla Cina alla Russia fino addirittura alla Francia dove le bollicine Ferrari furono le prime bottiglie di spumante non francese a entrare nella carta dei vini del Lido di Parigi.

La seconda generazione Lunelli

A partire dagli anni '70 e fino ai primi anni 2000, a Bruno Lunelli succedono i propri figli, Franco, Gino e Mauro, quest’ultimo padre di Camilla ed enologo. Grazie a lui durante gli anni della seconda generazione vengono lanciati il Ferrari Rosé, il Ferrari Perlé e il Giulio Ferrari Riserva del Fondatore. Quest’ultimo fu una scommessa vinta da Mauro con i fratelli, con bottiglie fatte invecchiare dieci anni, le bollicine italiane più premiate di sempre. A queste bottiglie fanno seguito quelle che godono di un invecchiamento ulteriore fino a vent’anni che costituiscono dell’etichetta Giulio Ferrari Collezione.

La terza generazione Lunelli

Nel 2001 Matteo Lunelli entra in azienda, fino alla nomina nel 2011 a presidente e ad del Gruppo Lunelli che oggi, oltre alle Cantine Ferrari, comprende la grappa trentina Segnana, i vini Tenute Lunelli, le acque minerali Surgiva, il prosecco superiore Bisol, la Cedrata Tassoni oltre a Locanda Margon, ristorante premiato, secondo la guida 2020, con una stella Michelin. È proprio nel 2011 che avviene quindi il passaggio tra la seconda e la terza generazione che comprende anche Alessandro Lunelli (direttore tecnico), Marcello Lunelli (direttore enologo) e Camilla Lunelli (responsabile comunicazione e pubbliche relazioni).

L’eccellenza come valore di famiglia

In ‘Un’arte di famiglia’ l’autrice, ricordando che il motto di famiglia cita Aristotele e recita “l’eccellenza è un atto non un’abitudine”, conclude dicendo che è un’affermazione comune che “il fondatore crei, la seconda generazione consolidi, la terza distrugga”. Lo scopo suo, di suo fratello e dei cugini è di sfatare questo luogo comune. E, a ben guardare, finora sembra si siano mossi davvero bene al punto che nell’ultimo grande evento mondano e politico avvenuto in Italia, con la visita di re Carlo e della regina Camilla nel nostro Paese nel 2025, si brinda con bollicine Ferrari Riserva Lunelli.

 

Kate Middleton in Barbour tra gli alberi: la foto della visita segreta in Cornovaglia con William

AGI – Un bosco della Cornovaglia, una giacca Barbour, un sorriso rilassato davanti all'obiettivo. Il 16 ottobre Kensington Palace ha diffuso un nuovo ritratto di Kate Middleton, scattato il giorno prima durante una visita non annunciata con il principe William. Le immagini accompagnano il lancio di un nuovo progetto del Royal Foundation Centre for Early Childhood, il centro fondato dalla principessa del Galles nel 2021 per dare una casa al suo lavoro sulla prima infanzia. Stavolta l'obiettivo è capire come il contatto con la natura possa sostenere lo sviluppo sociale ed emotivo di neonati e bambini piccoli.

Dietro l'obiettivo c'era Josh Shinner, un nome che a Kensington Palace conoscono bene: sono suoi gli scatti della cartolina di Natale 2023 della famiglia del Galles e i ritratti diffusi per il dodicesimo compleanno del principe George. Kate, 44 anni, posa tra gli alberi con un maglione fantasia di ME+EM sopra una camicia a fiori, la giacca Barbour e al dito l'anello di fidanzamento con zaffiro e diamanti. Niente abiti da cerimonia né sfondi istituzionali, ma un'immagine che parla la stessa lingua del progetto che presenta.

La visita a Nansledan

Il servizio è stato realizzato a Nansledan, il quartiere sviluppato dal Ducato di Cornovaglia alle porte di Newquay. È la Court Circular, il bollettino che registra gli impegni ufficiali della famiglia reale, a confermare che William e Kate hanno trascorso lì il pomeriggio di giovedì 15 ottobre. Lo scopo era conoscere da vicino le potenzialità dell'apprendimento all'aperto nei primi anni di vita.

Il videomessaggio della principessa

Il ritratto è uscito insieme a un videomessaggio, registrato anch'esso giovedì, in cui la principessa spiega il senso dell'iniziativa. “Le nuove ricerche scientifiche dimostrano sempre di più quanto la natura sia importante per il nostro benessere fisico e psicologico” dice Kate, che poi aggiunge: “La natura è un ambiente straordinario per tutti noi e, in quest'epoca digitale dominata dalla tecnologia, trascorrere del tempo di qualità all'aria aperta non è mai stato così importante”.

Gli obiettivi della ricerca

Il progetto metterà allo stesso tavolo ricercatori universitari, operatori dei servizi per l'infanzia, enti benefici e organizzazioni ambientaliste. L'obiettivo è capire in che modo l'accesso alla natura possa favorire una crescita sociale ed emotiva sana fin dai primi anni. “La mia speranza è che, attraverso questa ricerca pratica basata sulla natura, possiamo creare ambienti favorevoli che rendano la natura più accessibile, a beneficio dei neonati, dei bambini piccoli e delle loro famiglie in tutto il Regno Unito”, spiega la principessa.

I dati del sondaggio

A dare la misura del problema è un sondaggio commissionato dal Centre: l'84% dei genitori è convinto che il tempo trascorso nella natura aiuti lo sviluppo e il benessere dei figli, ma solo un terzo dichiara che i propri bambini ci passano del tempo ogni giorno.

Il sostegno del Ducato di Cornovaglia

Il progetto porta la firma di Kate, ma William non resta a guardare. Per la prima volta il Ducato di Cornovaglia, il patrimonio che garantisce le rendite all'erede al trono, sostiene il lavoro della principessa sulla prima infanzia in veste di “partner fondatore”. Lo ha riferito il Telegraph e lo ha confermato Kensington Palace. Anche il luogo ha il suo peso, il duca e la duchessa di Cornovaglia sono i titoli secondari della coppia, che in questa regione ha trascorso con i figli anche le vacanze di Pasqua.

Il rapporto personale con la natura

Il legame tra la principessa e la natura ha anche una dimensione personale. Kate ha raccontato più volte quanto il tempo all'aperto l'abbia aiutata durante le cure contro il cancro, dal quale ha annunciato di essere in remissione nel gennaio 2025. Nello stesso anno ha pubblicato “Mother Nature”, una serie di quattro video dedicata al cambiare delle stagioni. Con il nuovo progetto, l'attenzione per l'infanzia e quella per la natura, due fili che attraversano da anni il suo impegno pubblico, si saldano in un programma di ricerca.

Una giornata per la famiglia reale

La discrezione della visita in Cornovaglia si spiega anche con il calendario di giovedì, una giornata piena per la famiglia reale. Nelle stesse ore re Carlo e la regina Camilla erano a Cardiff per la cerimonia di apertura della settima legislatura del Senedd, il Parlamento gallese. Il sovrano aveva preso parte a tutte le aperture precedenti, ma questa è stata la prima da capo di Stato. Secondo la stampa britannica, William e Kate avrebbero scelto di tenere un profilo basso proprio per lasciare la scena al re e alla regina.

L'aurora boreale dà spettacolo nella notte artica. Sarà un inverno da record

AGI - L'aurora boreale rinnova il suo spettacolo nella notte artica: all'improvviso la volta celeste prende vita, lunghi veli di luce verde smeraldo ondeggiano come drappi di seta, si intrecciano e si dissolvono. Un teatro di stelle in cui la natura rivela un frammento della sua bellezza più segreta facendoci sentire infinitamente piccoli ma parte di qualcosa di immenso. Questo inverno rappresenta l'ultima occasione per ammirare le Luci del Nord al massimo del loro splendore per oltre un decennio, anzi si annuncia come la 'stagione' più intensa di questo inizio di millennio.

Un osservatorio privilegiato è stato offerto ai passeggeri della Crociera Costa Club in Norvegia, dedicata proprio all'aurora boreale. Costa Favolosa, salpata il 5 ottobre da Amburgo, ha fatto tappa a Bergen e la sera di giovedì 8 ha superato il Circolo Polare Artico. Poche ore dopo, in navigazione, c'è stato il primo avvistamento: sui parapetti di prua è scattata la caccia frenetica alla foto più suggestiva.  Lo show si è ripetuto per tre sere di fila con colori e scenografie diverse ma sempre emozionanti. 

Questo straordinario fenomeno in cui la scienza incontra la magia dipende dall'attività del Sole e l'attuale fase di massimo solare terminerà nel corso del 2027. In Europa il periodo migliore per osservare l'aurora boreale va da settembre a marzo. Sebbene i mesi invernali, da dicembre a febbraio, regalino le notti più lunghe e buie, anche settembre e marzo sono particolarmente indicati grazie al cosiddetto effetto equinoziale, un fenomeno per cui le aurore tendono a essere più attive in prossimità degli equinozi.

L'origine dell'aurora boreale e il ciclo solare

L'aurora boreale prende il nome dalla parola latina per l'alba legata alla dea dei Romani e al greco boréas, la personificazione del Vento del Nord nella mitologia greca. Il fenomeno nasce dall'attività del Sole che emette continuamente un flusso di particelle cariche che in prossimità dei poli terrestri riescono a penetrare il campo magnetico ed entrano in collisione con l'ossigeno e l'azoto, liberando energia sotto forma di luce. Il Sole segue un ciclo di attività della durata di circa 11 anni, durante il quale si alternano periodi di attività minima e massima.

La fase di maggiore attività, chiamata massimo solare, determina un aumento della frequenza e dell'intensità delle aurore boreali. Il 25mo ciclo solare ha raggiunto il suo picco nell'ottobre 2024 e da allora il Sole è entrato nella sua fase di attività decrescente. L'attività solare, però, rimane ben al di sopra della media a lungo termine e le tempeste geomagnetiche più intense di un ciclo si verificano spesso proprio negli anni immediatamente successivi al picco.

Le condizioni del 2026 e il prossimo massimo solare

Il 2026 è quindi un anno particolarmente favorevole per osservare l'aurora boreale, il 2027 sarà leggermente meno attivo ma con condizioni superiori alla media, poi l'attività solare diminuirà fino al prossimo minimo solare, previsto intorno al 2030-2031. Per assistere a un nuovo massimo solare di intensità paragonabile a quello attuale, bisognerà probabilmente attendere il periodo compreso tra il 2034 e il 2036.

 

 

Sequerciani, il 'paradiso' virtuoso della Maremma dove tutto è in simbiosi con la natura

AGI - Nel cuore della Maremma, nel Grossetano, vicino a Gavorrano, appena sotto il borgo medioevale di Tatti, c'è una realtà nata quasi per caso, un piccolo miracolo. Si chiama Sequerciani, 170 ettari di terra coltivata a viti (14 vigneti), ulivi, ma anche grano, ortaggi, frutta. Qui si produce vino, olio, miele, come in molti agriturismi. Ma Sequerciani è una cosa diversa perché fa della filosofia su cui è nata il motivo stesso della sua esistenza e della sua forza. Si tratta, in definitiva, di una sorta di miracolo etico. E sta diventando un modello virtuoso per tutta la Maremma.

Sequerciani è un progetto di territorio nato dalla visione dell'imprenditore e regista svizzero Ruedi Gerber, che ha scelto di restituire vita a un luogo attraverso l'agricoltura, il vino, la cucina, l'arte e le persone. Un processo lento e condiviso, modellato dal carattere della Maremma e da chi la abita da generazioni. Quando Gerber arrivò per la prima volta a Tatti, all'inizio degli anni '90, non venne con l'idea di trasformare un luogo, ma per ascoltarlo e trovare il suo angolo di pace nel mondo. Attratto dalla luce, dal silenzio e dalle storie sedimentate in quel paesaggio collinare che arriva fino al mare, entrò in un territorio ricco di saperi, di resilienza e di storie personali.

Da questo incontro è nato un percorso comune: un dialogo paziente nel quale agricoltura, architettura, ospitalità e pratica artistica si sono intrecciate, dando forma a un unico organismo culturale. Un dialogo che continua, che stratifica e arricchisce il progetto nel tempo. Qui il paesaggio non è uno sfondo, ma il punto di partenza. È ciò che guida ogni scelta, dall'agricoltura all'ospitalità, dalla cucina alla ricerca, fino alla volontà di contribuire a una nuova rinascita del borgo di Tatti.

L'agricoltura biodinamica e l'agri-ristorante Paesìa

Si parla di agricoltura biodinamica, di rispetto per l'ambiente e per tutta la natura, di ritorno alle origini dell'agricoltura e della cucina, del 'farm to table', dalla fattoria alla tavola. Ma anche un'idea 'filosofica' ben precisa che mira a valorizzare e sviluppare l'economia della Maremma in cui Sequerciani può davvero diventare una sorta di modello. All'azienda fanno capo 30 produttori locali, un biodistretto che fornisce lavoro, materie prime e supporto nella produzione di vino, olio, pane, miele. Ma non solo. Adesso a rendere concreto e visibile il progetto c'è anche l'agri-ristorante 'Paesìa', immerso nel Podere, nato per essere l'espressione più completa della filosofia dell'azienda. Qui il paesaggio entra nella cucina attraverso gli orti, le erbe spontanee, i prodotti della tenuta, i vini e il ritmo delle stagioni.

La cucina dello chef Marco Crippa

Alla guida della cucina c'è Marco Crippa, chef con esperienze internazionali tra Stati Uniti, Trussardi alla Scala e il ristorante stellato Nublo in Spagna. La sua cucina guarda avanti senza perdere il dialogo con la tradizione: privilegia il vegetale, la stagionalità, la precisione del gesto e una ricerca continua sull'identità del territorio. La tecnica non viene mai usata come esibizione, ma come strumento per rendere gli ingredienti più nitidi, profondi e memorabili.

I percorsi degustazione e il rispetto degli animali

Accanto a una carta essenziale e misurata, gli ospiti possono scegliere tra tre percorsi degustazione, costruiti con ritmi e profondità diverse. Ogni esperienza può essere accompagnata dagli abbinamenti con i vini Sequerciani e da una selezione di produttori locali scelti per affinità di visione, autenticità e rispetto della terra. Ed è proprio in cucina che si concretizza ciò che può fare di Sequerciani un modello guida per tutta la Maremma. "Tutto ciò che proponiamo qui viene dalla terra che coltiviamo - spiega il 47enne chef bergamasco - per cui i piatti che preparo sono a base di erbe che raccogliamo a Sequerciani. Abbiamo poi aziende che lavorano con noi, piccoli produttori della zona. Per le carni o il pesce abbiamo delle piccole aziende affiliate, ma anche per loro vale il discorso etico di base: devono trattare gli animali con rispetto e amore. Inoltre non proporrò piatti troppo popolari perché dove c'è grande richiesta, inevitabilmente c'è un'accelerazione della produzione a discapito della salute e del benessere degli animali". È proprio lo chef a sintetizzare la filosofia e il destino di Sequerciani: "Cerchiamo di creare un distretto in Maremma che offra tutto e sia autosufficiente, biodinamico, rispettoso dell'ambiente e degli animali".

Il design del ristorante e la gestione di Fabio Rossi

E in quest'ottica lo stesso ristorante si presenta come un esempio concreto del progetto: impatto visivo quasi nullo (in simbiosi con la natura, con vetrate che abbattono quasi le barriere tra l'interno e l'esterno), arredamento e design interni accuratissimi, dai lampadari alle decorazioni alle suppellettili. In questo la gestione e la cura del ristorante è affidata al manager e sommelier Fabio Rossi che dopo l'esperienza in Spagna è approdato e ha sposato l'idea di Ruedi Gerber.

Il recupero della tenuta e della villa

Nulla a Sequerciani è lasciato al caso. Dalla villa iniziale acquistata da Ruedi Gerber ha preso vita un progetto per molti versi clamoroso. Per una volta l'uomo è diventato il miglior alleato della natura. Prima che l'attuale proprietario acquistasse e riunisse i terreni nei primi anni '90 per fondare l'azienda agricola biodinamica, la tenuta storica e la villa appartenevano al marchese Barabesi Bourbon di Petrella. Quando Gerber arrivò a Tatti, la proprietà originaria si presentava come un vecchio podere in gran parte abbandonato, incolto e circondato da terreni vergini. Il regista ne ha curato il totale recupero architettonico e agricolo, trasformandolo nell'attuale complesso d'eccellenza.

L'albergo diffuso e la Fattoria di Tatti

La villa è stata restaurata e adattata dal regista a sua dimora, mentre le stalle e altre costruzioni della tenuta sono diventati case per ospitare turisti e visitatori (tra cui due per gli artisti che vengono invitati a Sequerciani): una sorta di 'albergo diffuso' che si estende tra vigne, colline e il borgo medievale di Tatti dove Gerber ha adattato lo storico Palazzo Gramsci a bed and breakfast e dove, nella primavera del 2027, riaprirà la Fattoria di Tatti completamente ristrutturata con lo scopo di offrire ai turisti un'esperienza condivisa con la natura e gli abitanti del borgo (i tatterini).

Le origini dell'azienda biodinamica e le coltivazioni autoctone

L'unicità di Sequerciani, però, è nella filosofia che Ruedi Gerber ha portato e sposato fin dall'inizio. Fin da quando ha avviato la coltivazione delle viti. Per poter avere il permesso di costruire una piscina Gerber doveva trasformare la sua tenuta in agriturismo. Per cui piantò delle viti su due ettari di campi.

Sarebbe stato sufficiente per avere il permesso. Ma Ruedi è svizzero ed è cresciuto con l'idea che bisogna essere seri e non fare i furbi. Così decise di far diventare davvero agriturismo la sua tenuta, Sequerciani (chiamata così perché in passato c'erano sei querce). E da lì la scelta di creare un'azienda biodinamica, di riportare nei campi coltivazioni autoctone, anche di specie in via di estinzione. Di tentare esperimenti per recuperare sapori e tradizioni della Maremma. E così la decisione di piantare filari di uva locale e di fare vino con varietà usate spesso per tagliare altre uve più pregiate (come il Pugnitello o il Foglia tonda), di recuperare una varietà di frumento, i Grani antichi, di piantare varietà di ortaggi rari (cipolla bianca grossetana, il pomodoro canestrino toscano, l'aglio rosso di Maremma e il cece rugoso della Maremma).

La Fondazione Sequerciani Arte Terra Clima

In un luogo dove la terra modella l'architettura e l'architettura modella l'ospitalità, l'arte emerge naturalmente - non come ornamento, ma come ricerca. Sequerciani offre palcoscenici liberi e naturali dove sviluppare la creatività in tutte le arti e dare spazio all'espressione individuale e allo scambio di idee. La sinergia tra agricoltura e arte contemporanea trova espressione nella Fondazione Sequerciani Arte Terra Clima, fondata nel 2021 da Ruedi Gerber che ha nominato Marianne Burki e Li Zhenhua - curatori internazionali noti come il duo Burki & Li - direttori artistici del progetto, con il compito di invitare artisti a Sequerciani dando vita al progetto Sequerciani Arte Clima

Le residenze artistiche e il rapporto con il territorio

Alla base del progetto vi è la convinzione che una maggiore conoscenza della natura e del territorio generi nuove prospettive di cura e responsabilità. Per questo, gli artisti vengono invitati a soggiornare più volte a Sequerciani, sviluppando relazioni profonde con l'ambiente e con le persone che lavorano nella tenuta. Collaborano con studiosi, scienziati e comunità locali. Le residenze rappresentano un elemento centrale di Sequerciani Arte Clima. Gli artisti vengono selezionati dai direttori artistici per la loro pratica basata sulla ricerca e per il loro impegno individuale nei confronti delle tematiche ambientali.

Le opere permanenti e su commissione

Oltre alle opere sviluppate durante le residenze - alcune delle quali restano permanentemente in situ - vengono realizzate anche opere su commissione. In collaborazione con Ruedi Gerber, i curatori selezionano artisti per la creazione di lavori destinati a contesti specifici, architettonici o naturali. Gli artisti ospiti possono inoltre proporre opere destinate a diventare permanenti.

Le souffle de Sequerciani di Alexandre Joly

Tra queste particolarmente affascinante e significativa, anche dal punto di vista simbolico, l'opera del 2024 dell'artista e musicista francese Alexandre Joly, 'Le souffle de Sequerciani' (Il respiro di Sequerciani). Sotto un gazebo appesa al centro c'è una pietra di 750 chili estratta dal sottosuolo del Podere sorretta da corde di pianoforte che vibrano e i suoni vengono amplificati da 16 casse di risonanza offrendo un'esperienza che fonde contemplazione ed esperienza sensoriale. L'installazione celebra la poesia del luogo, la musica sospesa delle corde e invita a percepire la connessione tra paesaggio, vento e vibrazioni sottili.

 

 

 

 

 

 

 

 

Barbara d’Urso riparte da YouTube: "Sarò giudice a Ballando con le Stelle"

AGI - Barbara d'Urso riparte anche da YouTube. La conduttrice ha annunciato l'apertura ufficiale del suo canale sulla piattaforma e un nuovo progetto online, "Storie Incredibili", un format nel quale racconterà ogni settimana le vicende inviate direttamente dal pubblico.

"È aperto ufficialmente il mio canale YouTube, potremmo parlarci, raccontarci, posso fare quello che mi pare, possiamo fare insieme quello che ci pare", ha spiegato d'Urso, annunciando che il nuovo spazio partirà con "un primo piccolo format" dedicato alle storie ricevute dai suoi follower. "Ne racconterò insieme a voi una a settimana. Sono molto orgogliosa", ha aggiunto.

In giuria a Ballando con le Stelle

Il debutto su YouTube è arrivato insieme a un altro annuncio e un altro video: Barbara d'Urso sarà nella giuria della nuova edizione di "Ballando con le Stelle", in onda su Rai1. Dopo settimane di indiscrezioni, la conduttrice ha scelto proprio il nuovo canale per raccontare la sua versione della trattativa con il programma di Milly Carlucci, smentendo le voci "non vere" e le cose sbagliate "che sono state scritte". 

D'Urso ha spiegato che i primi contatti con la produzione risalgono alla fine di giugno e che già a luglio aveva dato la propria disponibilità a entrare in giuria. Il contratto con la Rai, secondo il suo racconto, sarebbe invece arrivato soltanto il 17 settembre, circa due settimane prima dell'inizio della trasmissione.

La smentita sul cachet

La conduttrice ha anche smentito le voci circolate durante l'estate su presunte richieste economiche particolarmente elevate, alberghi di lusso o altre condizioni poste per partecipare al programma. "Ci sarò con il cachet che mi è stato offerto dalla Rai", ha spiegato, aggiungendo di non aver chiesto "niente di tutto quello" che è stato ipotizzato nelle scorse settimane.

D'Urso tornerà così in prima serata su Rai1, dopo aver partecipato alla precedente edizione di "Ballando con le Stelle" come concorrente. Questa volta sarà dall'altra parte del tavolo, nel ruolo di giurata. E ha smentito ricostruzioni sulla gestione dell'immagine e sulle sue presunte richieste.

La scelta di YouTube

Parallelamente, però, la conduttrice sembra voler costruire uno spazio personale fuori dalla televisione tradizionale. Il progetto su YouTube le consentirà di tornare alle interviste e ai racconti di storie che hanno caratterizzato buona parte della sua carriera televisiva, ma con un rapporto più diretto con il pubblico e senza la mediazione di un palinsesto.

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Il primo esperimento sarà appunto "Storie Incredibili". Una storia alla settimana, raccolta attraverso il suo pubblico e raccontata direttamente sul nuovo canale.

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